martedì 13 giugno 2017

Analfabetismo funzionale & altre amenità - parte II

Dopo lungo  e meditato silenzio, causato da diverse novità (piacevoli o meno) in real life, ritorno su questi schermi con la seconda parte del post precedente.

Qualora non lo aveste notato, in questo mese e mezzo di assenza si è verificato il varo di un provvedimento legislativo che ha infilato una ditata grossa come i Cento Pugni di Hokuto nel vespaio dell'Analfabetismo Funzionale nostrano, a tutta prova che i problemi da me denunciati ad aprile non erano che una prima, e sgradevole, manifestazione personale di un problema diffuso; sto parlando, ovviamente, dell'inserimento dell'obbligo vaccinale infantile per l'accesso all'istruzione.
Il bruco della falena Testa-di-Morto. Visto da qui è carino,
ma in realtà quando cresce genera uno schifoso lepidottero,
che distrugge gli alveari e ruba il miele alle api.
Morale della favola: non sottovalutate una cosa che sembra
una stronzata, sapendo che potreste poi trovarvi in un
mare di deiezioni solide, e sperare che Dio non faccia l'onda.
L'argomento c'entra solo marginalmente con quello di cui vorrei parlare oggi, nonché con la Falena, ma sono convinta che il progressivo diffondersi di tragicomici tentativi di curare patologie gravi (come la Falena) con trattamenti "alternativi" che comunque non funzionano, o sono assolutamente insufficienti data la gravità del disturbo, derivi tutta da un  humus di ignoranza di materia scientifica, e soprattutto dalla grande difficoltà che molti hanno nel distinguere le fonti affidabili da quelle che non lo sono. 

In poche parole, quando un antivaccinista contesta il nuovo decreto Lorenzin lo fa sulla base di due sentieri argomentativi:

  1. Argomentazioni scientifiche sparate a caso. Sono tutte prive di fondamento. No, non ci sono metalli pesanti nei vaccini, né residui di feti umani o bovini, e il Thimerosal in Europa non trova impiego dal 1987. In ogni caso, è stato eliminato perché come conservante e adiuvante è superato, e non è mai stata dimostrata una sua lesività. No, i vaccini non causano autismo: Andrew Wakefield, il medico che per primo propalò 'sta cazzata, aveva falsificato i risultati sperimentali delle sue ricerche, è stato radiato dall'albo e condannato per truffa. No, il fatto che la l. 210/92 risarcisca anche i danni eventualmente causati dal piano vaccinale non costituisce ammissione che i vaccini causino danno: semplicemente era un modo per lo Stato di pararsi il culo dopo lo scandalo degli emoderivati infetti. No, ricevere quattro vaccinazioni per dodici malattie diverse nel giro di diciotto mesi non lesionerà in modo irreversibile il sistema immunitario del bambino: ci sono studi che dimostrano come un neonato umano possa sopportare diecimila dosi vaccinali senza riportare alcun danno. Un'antitetanica non lo ammazzerà. E, infine, no: alcune malattie non sono scomparse grazie al miglioramento dell'igiene e delle condizioni di vita. Sono cazzate: Roosevelt si ammalò di poliomielite a trent'anni facendo il bagno in un laghetto. Faceva parte di una delle famiglie più ricche degli USA: sembra possibile che si fosse ammalato a causa delle condizioni igieniche precarie? No. Certe patologie sono scomparse grazie alle vaccinazioni di massa. E pure, nel caso della polio, grazie a Roosevelt, che sganciò di tasca propria due milioni di dollari per finanziare la ricerca scientifica, perché a nessun altro bambino capitasse quello che era accaduto a lui, che rimase paralizzato dalla vita in giù per il resto dei suoi giorni (vincendo comunque la Seconda Guerra Mondiale). Sputateci sopra!
  2. Argomentazione etica, cioè: "solo i genitori devono avere il diritto di decidere della salute dei propri figli, e lo Stato non può obbligare ad alcun trattamento medico". Premettiamo: questa è una considerazione con la quale sono assolutamente d'accordo, ed è anche per questo che nei primi anni 2000 l'obbligo vaccinale di massa è stato espunto dal legislatore (perché, ed è bene ribadirlo, fino ad allora esisteva, non è un'idea balzana che la Lorenzin ha masticato li per li mentre andava al gabinetto). Ciascuno deve avere il diritto di scegliere come curarsi, e anche di non curarsi in nessun modo, purché prima abbia ricevuto informazioni corrette atte a consentirgli di autodeterminarsi come meglio crede. Tale osservazione, tuttavia, ha una piccola magagna:  a una persona dotata di buon senso non passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello di non vaccinare suo figlio contro
    Il TSO funziona così: quando il vicino schizofrenico si
    convince che tu sia in combutta con gli alieni per spiarlo,
    e conseguentemente decide di risolvere il problema alla
    radice, lo Stato per tutelare la salute pubblica lo acchiappa
    e lo costringe a curare il proprio disturbo 
    fino a che la sua pericolosità non cessa.
    Perché molti accettino che questo trattamento, ben
    più violento dei vaccini, venga inflitto agli schizofrenici
    ma non sopportino che i pargoli ricevano una punturina
    ridicola, proprio non capisco. 
    poliomielite, difterite e tetano, tanto per citarne solo tre. In altri Paesi europei non esiste l'obbligo vaccinale proprio perché il livello generale di buonsenso è più alto. In Italia la Costituzione consente allo Stato di obbligare alle cure un cittadino solo per il più alto fine di tutelare la salute pubblica, soprattutto delle fasce di cittadini potenzialmente più deboli e a rischio. Nella nozione di "salute pubblica" rientra anche l'obbligo, per lo Stato, di evitare il diffondersi di rovinose epidemie di poliomielite infantile, morbillo, tetano neonatale, epatite e difterite. E nella categoria di "fasce di cittadini deboli e a rischio" ci sono, inevitabilmente i bambini (soprattutto quelli immunodepressi o che per altra ragione non possono vaccinarsi). Dato che il sonno della ragione, coadiuvato da Facebook, ha generato migliaia di mostri che si nascondono non più dietro le vesti dell'Inquisizione Spagnola, bensì del gruppo "Mamme informate", lo Stato ha ben pensato di provvedere per la via più coattiva e diretta per il bene di tutti. E i "tutti" più indifesi sono i bambini.
Cosa c'entra tutto ciò con la Falena e con il tentativo di curarla con l'omeopatia o i Fiori di Bach?
Credo che dietro questi fenomeni ci sia alla base la difficoltà di molti di discernere, quando si tenta di informarsi per comprendere cosa fisicamente accade al proprio corpo di fronte a un fenomeno sconosciuto, tra chi fornisce informazioni affidabili e chi non lo fa.
A prescindere dalle motivazioni - economiche, dovute a malafede o a semplice ingenuità - che spingono molti a propalare, soprattutto su internet, consigli medici (vuoi sui vaccini, vuoi sui migliori trattamenti per attaccare la Falena), occorre rendersi conto quando quello che ci stanno dicendo è degno di considerazione o no.
Un medico, o un gruppo ristretto di medici, sostengono che i vaccini siano dannosi, ma l'intera comunità scientifica asserisce che tali affermazioni siano prive di riscontro, e produce massicce quantità di studi validi (e pubblicati sul New England Journal of Medicine, non sul mensile di Mistero)? Direi che questi ultimi sono più degni di fiducia.
Alcuni scienziati cercano di dimostrare l'efficacia scientifica dei rimedi omeopatici e dei Fiori di Bach, e la stragrande maggioranza dei ricercatori afferma che queste ultime pratiche non abbiano riscontro medico? Bon, direi che la questione è chiusa.
Altrettanto importante è considerare quali riviste pubblichino certe risultanze sperimentali: in Italia quella riconosciuta è "Le Scienze", all'estero degne di fiducia sono appunto il New England Journal of Medicine o l'American Journal of Epidemiology (che tra le altre cose ha pubblicato lo studio che ha finalmente dimostrato come The China Study sia una cinesata, appunto), giusto per citarne un paio. 
Perché proprio queste riviste e non il già citato mensile di Mistero? Prima di tutto perché non ci troverete articoli sul mostro di Loch Ness o sul Chupacabra, ma anche in quanto controllano l'affidabilità degli studi prima di pubblicarli. In parole povere, tengono d'occhio le ricerche scientifiche proposte per la pubblicazione per controllare non dicano cazzate madornali.

Come il nesso tra vaccini e autismo, appunto.

***

Tornando a bomba sulla Falena, che comunque costituisce il core business di questo blog, giustamente molti osservano che effettivamente assumendo preparati omeopatici alcuni sintomi sembrano alleviarsi. In effetti, è vero, ed è per questo che non mi sembra un male - per coloro per cui questo approccio funziona - affiancare eventualmente l'omeopatia a degli antidepressivi.
Occorre tuttavia osservare che l'omeopatia sembra funzionare grazie a...

3) Il mysterioso effetto Placebo
Il placebo è una terapia o una sostanza priva di principi attivi specifici, ma che viene somministrata come se avesse veramente proprietà curative o farmacologiche. Lo stato di salute del paziente che ha accesso a tale trattamento può migliorare, a condizione che il paziente riponga fiducia in tale sostanza o terapia. Questo miglioramento indotto dalle aspettative positive del paziente è detto "effetto placebo".
E la spiegazione di cui sopra è l'unico motivo del perché, a volte, cose come omeopatia e Fiori di Bach sembrano far star meglio la persona che è stata vilmente attaccata dalla Falena.  
In poche parole: tu ti aspetti che una sostanza funzioni, ed essa funziona veramente. 
Pensate un po' cosa può succedere quando
siete il capobranco di un simpatico labrador
con la dermatite da scatolette a un tanto il chilo,
e, confidando nella sua guarigione, gli date le
- costosissime - goccine omeopatiche che vi
ha sbolognato il farmacista con fiuto. Per
gli affari. 
O, meglio, così sembra: ma siccome riporre le speranze in una cosa il cui funzionamento è meramente psicologico per guarire un disturbo squisitamente psicologico può in effetti risultare un nonsense logico, la stragrande maggioranza di coloro che hanno la brillante idea di tentare di trattare la depressione solo con approccio omeopatico hanno spesso delle ricadute.
E non occorre ribadire che le ricadute spesso possono essere giù da un ponte, appesi a una corda per il collo, o - badabim badabum! - sotto un tram.
Giustamente, molti obiettano che l'omeopatia "funziona" benissimo anche con animali e bambini: com'è possibile se è solo per effetto placebo?
Perché chi ha meno senso propriocettivo paradossalmente ha anche più possibilità che il placebo funzioni. Mai visto un bambino che urla per un forte mal di pancia calmarsi come un miracolato da San Gennaro, quando il dottore gli dà una cosa che sembra una medicina e in realtà è una caramella?


4) La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone; la libertà non è uno spazio libero...
La libertà è anche informazione.
Perché ho tenuto a scrivere tutto questo lunghissimo articolo sull'omeopatia e la Falena?
No, non è solo per spiegare come mai il VegFurbone Astutissimo™ in realtà era un montato simile a un hacker, ed è solo per bontà umana che non l'ho denunciato alla Postale, bensì in ossequio al principio esposto nella prima parte di questo post, nel quale credo fermamente.
L'unica condizione per poter esercitare la libertà di autodeterminarsi - anche, quindi, nelle scelte terapeutiche - è ricevere informazioni attendibili che  consentano di decidere cosa fare e come farlo.
La Falena è in grado di far sentire un imbecille anche Piero Angela. Ti risucchia da dentro tutto ciò in cui credi, speri, ami: anche chi è dotato di una fiducia in se stesso granitica come un monolite di Stonehenge può sentirsi disperso. Confuso.
L'attacco della Falena è una delle evenienze del mondo moderno in  cui gli esseri umani hanno più bisogno di aiuto: ma è diabolicamente astuta, e ti mette nella condizione di non essere in grado di chiederlo. Perché sei nello Scatolone della Vergogna, e hai paura di uscirne.
Questa è per l'appunto la situazione con cui truffatori e malviventi vanno a nozze: ma non bisogna cedere.
Se con l'omeopatia sembra di star meglio, occorre tener conto che comunque scientificamente non può durare. Meglio affiancarla a qualcosa che offra garanzie in più.

La Falena è un nemico subdolo, ed è meglio schierare l'artiglieria pesante. Anche Neville Chamberlain credeva di aver assicurato la pace all'Europa: peccato che stesse trattando con Hitler. Persino Stalin è stato messo nel sacco.
Evitate di confidare in un patto Molotov-Ribbentropp quando guardate la Falena negli occhi: schierate subito l'artiglieria pesante, e non permettetele di avanzare nei vostri Sudeti. 
Più aspettate, più correte il rischio di essere voi, quelli accerchiati a Stalingrado. Non siate il von Paolus della situazione. 




mercoledì 19 aprile 2017

Analfabetismo funzionale & altre amenità - Parte I

Orso, simpatico nome medioevale, descrittivo di
un peloso, goffo animale, dedito alla letargia
al divoramento di salmoni, e grattarsi la schiena
contro i tronchi: insomma, il mio fidanzato.
Chiedo umilmente perdono per il periodo di silenzio: mi sono goduta la mia vita privata, le rane fritte e l'agnello a Pasqua, il mio fidanzato (da qui in poi noto come Orso), e altre cose che la Falena mi ha fisicamente impedito di apprezzare per mesi.
A impedirmi fisicamente di aggiornare il blog come avrei voluto, inoltre, è stato un Furbone Astutissimo™ che, evidentemente ritenendosi offeso mortalmente dalle mie asserzioni sull'inutilità di trattare la Falena con omeopatia e fiori di Bach, ha ben pensato (nell'ordine):


  1. di scrivermi un commento ingiurioso, il primo e unico ricevuto da questo blog (prontamente eliminato senza neanche tentare la replica);
  2.  vista la mala parata, di tempestarmi di mail in cui mi ha accusato di ogni possibile nefandezza, dallo squartamento di animali vivi allo scippo alle vecchiette (sto un po' colorendo l'aneddoto per renderlo simpatico, visto che personalmente non lo è stato per niente);
  3. quando le mail sono finite diritte nel cestino - cioè dopo parecchi giorni, visto che io raramente controllo l'indirizzo collegato a questo blog e non me n'ero accorta - e il Furbone Astutissimo™ inserito nella cartella SPAM, quest'individuo (nel cui nickname era presente la parola VEG a caratteri cubitali) ha ben pensato di tentare di forzare il mio indirizzo da PESCARA, causandone il blocco, la necessità di contattare Gmail, il cambio di password e una serie di operazioni che mi hanno causato un certo disagio, tale da tenermi lontana da questi lidi per un po'.
Tralasciando il dubbio gusto di tormentare un'estranea dicendole di tutto e di più senza alcun motivo - non mi resta che pensare che questo VEGFUrbone Astutissimo™ risenta grandemente degli effetti neurologici della privazione di vitamina B12 - sento che occorre ribadire alcuni punti che, evidentemente, non erano apparsi sufficientemente chiari nel precedente post.


1) Analfabetismo funzionale all'attacco
Negli anni scorsi, è salito alle luci - fosche, in questo caso - della ribalta un fenomeno abbastanza inquietante.
In parole povere, pare che gli italiani siano uno dei popoli al mondo con la più alta percentuale di analfabeti funzionali in proporzione alla popolazione scolarizzata.
Un analfabeta funzionale è un soggetto che, pur essendo del tutto in grado di leggere e scrivere, ha dei problemi nell'interpretazione del testo
In parole povere: non capisce un acciderba di niente di quello che gli viene messo sotto il naso, prestando fede alle peggiori bufale, incazzandosi come una iena per cose che non esistono in quanto ha frainteso dati esposti anche in linea comprensibile, e dimostrandosi in genere stupido come una zappa (agli occhi di chi non appartiene al 47% di analfabeti funzionali).
Persino LUI ha dei momenti di analfabetismo funzionale.
Immaginatelo leggere la sceneggiatura di Downton Abbey, o
un romanzo di Danielle Steel, e ci siete.
Tutti siamo in qualche misura analfabeti funzionali, almeno occasionalmente: io lo sono, ad esempio, davanti ai manuali di ingegneria quando spiegano il funzionamento di qualsiasi congegno meccanico più complesso della carrucola. Ammettere di non essere in grado di comprendere qualcosa - perché non ci interessa, o in quanto non si ha la preparazione necessaria - non è un crimine; anzi, è umano e lodevole.

Ciò nonostante, il web è un luogo oscuro, e pieno di terrori: alcuni di questi sono costituiti, per l'appunto, dagli analfabeti funzionali che si appostano nell'ombra cercando qualche cosa per la quale indignarsi.
Siccome queste persone non si indignano mai per cause che meriterebbero un qualche dispendio di energia, trovano molto più semplice prendersela con un blog (pochissimo visitato e ancor meno commentato) di una persona che vuole semplicemente condividere la propria esperienza con un fenomeno ostico quanto comune come la depressione.
Questo perché VEGFurbone Astutissimo™ non ha evidentemente compreso il messaggio principale, che ripeterò per comodità espositiva a lettere cubitali:

Questo blog rappresenta solo la mia esperienza personale, non intende parlare per altri né fornire consigli clinici o farmacologici.
Le uniche informazioni di tal genere qui riportate hanno solide basi scientifiche, riconosciute dalla comunità medica e psichiatrica, e potrebbero essere confermate da qualunque dottore dotato di sale in zucca.

Ciò detto, passiamo al punto 2.

2)Perché l'omeopatia non ha basi scientifiche (e neanche i fiori di Bach)
L'omeopatia è una pseudomedicina inventata a cavallo tra il XVIII e XIX secolo da un medico tedesco che - in un periodo nel quale si ignoravano le cause patologiche di malattie e infezioni - aveva pensato che (semplifico estremamente, le informazioni più approfondite le potete trovare qui):

  1. Diluendo oltre la 200.000 volta una qualsiasi sostanza nell'acqua;
  2. Sciacquando un contenitore con quest'acqua e poi
  3. Sbattendo il contenitore contro una Bibbia e poi
  4. Sciacquando nuovamente il contenitore;
l'acqua conservasse una sorta di "memoria" della sostanza che c'era all'inizio. Essa veniva poi nebulizzata su zucchero, o incorporata in altre sostanze idroalcoliche, et voilà: secondo il principio del "simile che cura il simile", in questo modo si sarebbe trattato il disturbo (nel caso dell'ansia, ad esempio, usando un preparato omeopatico con caffeina).

Se vi sembrano stronzate, è perché lo sono: il medico tedesco di cui sopra lavorava in un periodo in cui spesso la medicina ufficiale causava danni peggiori dei disturbi che andava a cercare di curare, e per cui comunque non erano disponibili rimedi efficaci. Meglio l'acqua che niente, insomma. 
Oltretutto, esiste un principio chimico fondamentale secondo il quale, oltre una ennesima diluizione, della sostanza disciolta nel solvente (in questo caso, l'acqua) non resta più niente.

Secondo me, anche quando si tratta di curare un comune raffreddore o una botta presa in palestra, piuttosto che spendere inutilmente euro in rimedi che non rimediano a niente, è meglio conservare il denaro per vere medicine (da assumere se si è realmente malati); tuttavia, pur reputando l'omeopatia una cosa che definire pseudoscienza è farle un complimento, non sono contraria a coloro che acquistano rimedi di questo genere.

Ognuno a questo mondo ha il sacro diritto di fare quel che vuole della propria salute: e se alcuni credono di star meglio imbottendosi di sfere di zucchero a mille euro il kg, devono avere il diritto di farlo (non di farsi rimborsare 'ste cose dal SSN, ma questa è un'altra questione).
Un sacco di gente legge e crede all'Oroscopo. Pur reputandola una
cosa senza alcun fondamento astronomico o scientifico, non disprezzo
chi si fida delle previsioni astrali: semmai chi sfrutta le credenze
altrui a fini di lucro (con la sola eccezione di Masami Kurumada,
creatore dei Cavalieri  dello Zodiaco). 
L'esporre scientificamente come mai una cosa non funziona, non implica disprezzare coloro che credendoci ne fanno uso.
Non c'è ragione di tempestarmi di mail facendo insinuazioni di bassa lega sulla mia vita sessuale e sanità mentale, quindi.

Peraltro, i fiori di Bach sono dolci, buoni da mangiare, e le gomme da masticare al Rescue Remedy hanno anche un sapore insolito che mi piace molto, ma in realtà consistono nel riversare nell'acqua le "energie" di alcuni fiori e piante, lasciati in "infusione" al sole. Questa sostanza viene poi diluita - sempre secondo il principio della fantomatica "memoria dell'acqua" - in brandy e altro.
Se siete in ansia e andate al bar a farvi il grappino gli effetti sono, grossomodo, gli stessi.

Nella prossima puntata: il mysterioso Effetto Placebo, come mai non conviene contarci per guarire la Falena, e perché comunque un sacco di "discipline alternative" sono da incoraggiare se per il singolo funzionano... ovvero del perché SOLO CON L'OMEOPATIA NON SE NE ESCE, MA SE TI FA SENTIRE MEGLIO INSIEME AD ALTRE CURE SERIE, ACCOMODATI PURE. 

venerdì 24 marzo 2017

Le cinque W della Falena - Parte II

Dopo aver chiarito oltre ogni ragionevole dubbio (o, almeno, lo spero) che questo blog riguarda solo la mia esperienza personale, e che per farsi aiutare in caso di Attacco di Falena occorre rivolgersi a dei professionisti seri, vorrei fare un triplo salto carpiato alla Hilary/Hikari sulla questione lasciata aperta nello scorso post, cioè lo Scatolone della
Hilary/Hikari e il suo Triplo Salto Carpiato! Evviva 
(semicit.)!
Vergogna e le sue implicazioni.

Punti fermi delle Puntate Precedenti i seguenti:



  1. La depressione è una malattia;
  2. La depressione può essere sconfitta;
  3. Non è un male rivolgersi a uno specialista, nel senso di...
  4. ... uno psichiatra per i farmaci;
  5. ... uno psicoterapeuta;
  6. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto e di ammettere che la Falena ci è zompata addosso. 
Tuttavia, nonostante gli inquietanti casi di cronaca di Tizio/a che in un raptus uccide il/la partner e poi leva la mano vindice su se medesimo, e le conseguenti campagne di Pubblicità Progresso che invitano i depressi a rivolgersi al Telefono Amico (o chi per lui), non vedo nessuno ansioso di piazzare dappertutto enormi tazebao dichiarando urbi et orbi di avere uno sgradito lepidottero come ospite. 
Non credo che sia per pudore, né per riservatezza, né per mancanza di "esibizionismo" (sentita con le mie orecchie: da quand'è che ammettere di avere un problema è diventato esibizionismo?): tra tutte le motivazioni per non voler raccontare di avere la depressione, le prime due sono umane e comprensibili. 
In realtà, però, non costituiscono esse stesse il motivo per cui molti non raccontano di avere un problema, nemmeno quando ce ne sarebbe bisogno. 
Un esempio di Vita Vissuta™.
"Perché ieri non sei venuto al giapponese per la festa di compleanno di Asdrubala? Ci è rimasta male!"
"Eh, cosa vuoi, mi dispiace ma non mi sentivo bene... avevo il raffreddore".
Laddove "raffreddore" significava, in realtà: "Ero a casa a mangiare un intero bidone di gelato al cioccolato con il cucchiaio da insalata, tentando di tirarmi su abbastanza da non seppellirmi in camera mia senza  lavarmi per l'intero weekend".
Questo dialogo - con retrotesto - è l'esatta rappresentazione delle conseguenze dello Scatolone della Vergogna.
Sì, sorvoliamo sul fatto che ci sono individui - come me, da
quando sto meglio - che sarebbero in grado di condire
un chirashi con le lacrime versate per la morte
del proprio pesce rosso... anch'esso finito
nel chirashi.
Certamente uno può aver pudore di ammettere di essere stato abbrancato dalla Falena, e secco come l'oro un sacco di individui cercheranno di autospiegarsi il castello di balle che vanno raccontando appiccicandoci l'etichetta "riservatezza". 
Ora, immaginando che la parola "raffreddore" nel discorso di cui sopra significasse davvero "rinite di origine virale", la frase improvvisamente smette di essere assurda e acquista un senso compiuto.
Uno con il naso che gli cola e spernacchia come una tromba non ha voglia di andare a scofanarsi di pesce crudo all'All You Can Eat, no?
L'obiezione ha perfettamente senso.
Se la depressione è una malattia, perché alla domanda sul forfait alla festa di compleanno di Asdrubala nessuno risponderebbe: "No, guarda, non ho lo spirito di venire a festeggiare questa sera. Rovinerei solo il divertimento a tutti: fate come se ci fossi e divorate i tavoli in salsa di soia anche per me"?
  1. Per non vedersi presi per pazzi;
  2. Perché, davanti a una risposta del genere, l'Amico-Tipo risponderebbe insistendo/dicendoti di non fare il musone/sostenendo che te la tiri/altre amenità.
Queste stesse circostanze si ripetono in qualsiasi circostanza della vita quotidiana che richieda contatto con il pubblico che possa essere reso difficile dalla presenza della Falena - cioè, a parte dormire e andare di corpo, praticamente tutte
I punti 1 e 2, infatti, sono la manifestazione interiore ed esteriore dello Scatolone della Vergogna, cioè quello che spinge le stazioni ospitanti della Falena a nascondere il proprio disturbo come nel 1700 tra gentiluomini si nascondeva di avere uno zio che barava alle carte.
Se, però, questo atteggiamento ha l'indubbio vantaggio di mettere al riparo dalle domande e dai giudizi - idioti - del pubblico, in un individuo generalmente fragile come il depresso porta alla tentazione di ammettere che sì. È vero: in me c'è qualcosa di anormale. Reagisco in modo anomalo. Sono matto/a.


No.

L'individuo clinicamente depresso non è matto; è malato. Non di una patologia psichica che causa davvero un'alterazione permanente della percezione di sé, o che altera in modo sensibile la personalità, però. 
Normalmente, a me, l'espressione "pazzo" fa imbestialire: perché è un termine colloquiale ignorante che fa una maccheronata gigante di una serie di disturbi anche gravi che colpiscono moltissimi esseri umani incolpevoli. E che, spesso, è usato anche in modo dispregiativo. 
Anche ammettendone l'uso da parte dell''"uomo della strada", tuttavia, uno che ospita un lepidottero omicida non è pazzo. Uno con un disturbo antisociale di personalità che ruba, stupra e vive ai margini della società è matto.
Uno schizofrenico non curato convinto, sotto l'influsso di allucinazioni, che il vicino voglia eliminarlo (e che per questo lo fa fuori lui) è pazzo.
Il pazzo può essere socialmente pericoloso.
Il depresso è solo un individuo bisognoso di cure, ma non fino a questo punto: e quando un attaccato dalla Falena fa una strage, è perché è diventato matto. Non lo era già da prima, e se avesse avuto accesso ad accudimento e cure probabilmente la Falena non lo avrebbe divorato da dentro a morsi così voraci da fargli desiderare di morire, e di portare con sé un  po' di compagnia. 
Perché non ha richiesto aiuto quando era il momento, e spesso non si è nemmeno accorto di essere stato attaccato dalla Falena?
A causa dello Scatolone della Vergogna.


Non fatevi ingannare dal suo aspetto mite. Se vi ci nascondente dentro,
uscirne sarà molto difficile.
Avete mai visto un gatto dormire in uno scatolone, e quanto è triste
quando deve emergere? Si sente protetto e al sicuro.
Ma se non ne venisse mai fuori, non potrebbe mangiare, giocare,
sgranchirsi le zampe, e schiavizzare i suoi umani con un solo sguardo,
come tipico di tutti i mici.
Il mondo è pieno di idioti, di cretini, e anche di amici o parenti benintenzionati ma ignoranti, che credono di fare il bene altrui con battute minimizzanti e dicendo ovvietà (di solito così esasperanti che, qualora i destinatari di cotali perle di saggezza li uccidesse, il giudice darebbe la legittima difesa). Indubbiamente, grazie al guscio creato dallo Scatolone della Vergogna, si evitano le loro intromissioni; ma alla fine, è come una prigione - l'ennesima - che cade addosso al depresso impedendogli di realizzare che basta qualcuno che aiuti a tornare a vedere l'orizzonte, invece del pavimento d'asfalto bagnato in cui sono immersi i piedi.  


Niente battute su cosa un depresso ambirebbe a fare con un cutter, please!

Sfondiamolo. 




martedì 21 marzo 2017

Le cinque W della Falena - parte I

Nel giornalismo anglosassone spesso, per conferire struttura logica all'articolo, si impiega la cosiddetta "Regola delle cinque W", cioè:

  1. Who = chi?
  2. What = cosa?
  3. Where = dove?
  4. When = quando?
  5. Why = perché?
Ora, io non sono un giornalista, tantomeno anglosassone: non ne ho l'aspetto, né i modi, e parlo un inglese zoppicante come un pirata con la gamba di legno. 
Quindi mi perdonerete se, spiegando come mai ho deciso di raccontare il mio incontro/scontro con la Falena e la lotta senza quartiere che ne è seguita, non seguirò precisamente queste cinque, auree, regole espositive.

Quando ho annunciato a uno dei miei migliori amici - sottolineo, uno dei pochi in grado di farmi ridere di gusto anche nel momento peggiore dell'Arrembaggio Entomologico - la mia intenzione di aprire questo blog, mi ha domandato perché volessi fare una cosa tanto stupida, anche se lo avevo avvertito della mia ferma intenzione di mantenere l'anonimato.
Non è che il mio amico, d'ora in poi chiamato per brevità Mimmo er Distruttore, credesse che non fossi in grado di portare avanti questo progetto, ma aveva paura impattassi con la massa di idioti che quotidianamente vagolano su internet cercando di dimostrare che la caricatura di Crozza Napalm51 esiste veramente.
Il noto complottista Napalm51, colui che - informato dalle
letture dei reportage-denuncia di John Gambardine -
si dedica a denunciare sui social le peggiori
 malefatte di Big Pharma, dei rettiliani, del Club
Bilderberg e, ovviamente, dell'Associazione Italiana
Produttori di Autocaravan, rea di aver causato il terremoto
in Centro Italia frullando il terreno con dei minipimer. 

Dal momento che  a volte tendo ad avere l'inconsulta fiducia nell'umanità tipica dei Bovari del Bernese e dei Leonberger - cani di grossissima-issima taglia, convinti che la loro funzione nel mondo sia di dare e distribuire coccole da chiunque e a qualunque cosa - mi sono allegramente impipata del suo avvertimento.
Ovviamente dopo il post precedente, nel quale mi sono soffermata a descrivere come l'omeopatia per la depressione sia l'equivalente dello sciacquarsi un arto ormai in cancrena, ho iniziato a ricevere mail da alcuni squinternati e addirittura pubblicità di improbabili prodotti che promettono di fare miracoli su qualunque patologia (anche psichica), mediante fasce da fronte agli ioni d'argento.
E io che credevo che certe cose capitassero solo a MedBunker, mica a una mezza cartuccia come me. Mah!



Tornando all'argomento del post, qualcuno potrebbe domandarsi per quale accidenti di motivo una persona che, dopo essere stata da chihuahua per mesi, inizia a sentirsi meglio, voglia accollarsi il rischio di avere a che fare con spammer, individui a cui l'alternativismo ha bruciato i neuroni, e altre amenità (ultima ma non ultima quella di essere fraintesa e trattata da matta dagli ignoranti).
È vero: molti terapisti consigliano di tenere un diario terapeutico per ripercorrere i miglioramenti ed effettuare dell'introspezione, sempre utile a trovare le motivazioni dell'Attacco della Falena (e, spesso, del perché il Maledetto Lepidottero ha scelto proprio noi).

Il Buon Oscar: mio mito letterario.
Tuttavia, non ho la minima intenzione
di emularlo nella vita reale: quindi NON
finirò in galera per le chiappe di un bel
giovanotto aristocratico, e purtroppo
non diventerò mai un'autrice celebre.
Pazienza. 
Non dico di non aver tentato: infatti, tengo un diario personale - con lucchetto e decorazioni interne di fiori, damine vittoriane e via discorrendo: per chiarire, uno di quello che secondo il Buon Oscar bisogna sempre portare con sé per avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno - ma non si tratta di un diario terapeutico.
Inoltre, secondo me quando stai ancora troppo male, il diario terapeutico non è una buona idea: già il depresso ha la tentazione di autocommiserarsi e di rimuginare sui suoi guai, mettere per iscritto le sue farneticazioni non è di giovamento. O, perlomeno, non lo era per me. 

Questo blog è nato con un proposito diversissimo: cioè quello di raccontare la mia personale esperienza, di cercare di divertire attraverso una cosa che - pur presentando aspetti tragicomici - non è stata per niente spassosa, e di affrontare lo Scatolone della Vergogna.
Cosa sia quest'ultimo è un discorso estremamente complicato, che cercherò di affrontare nella seconda parte di questo post; per il momento, e anche per snellezza espositiva, vorrei spiegare una cosa.

Prima di tutto, occorre tener presente che qui racconto cosa è successo a me, in prima persona. 
Principalmente, perché vorrei che tutti, nel momento in cui un giorno si rendono conto di ospitare un'enorme Falena assetata di vita, avessero le fortune che, pur nella sfiga, ho avuto io: qualcuno che ti ama, e qualcun altro pronto ad ascoltarti. 
Soprattutto, la sensazione di non essere soli: che un Generico Chiunque, in un NessunDove, è sbigottito, sbalestrato e sconvolto esattamente come te. 
In questo periodo, non ho conosciuto nessuno che abbia sofferto di depressione e che fosse disposto ad ammetterlo: non è facile uscire dallo Scatolone della Vergogna. Ma mi sarebbe piaciuto parlare con qualcuno che sapesse cosa stessi passando.
I pochi gruppi di auto-aiuto che ho trovato sul web erano ancora più deprimenti che cercare di sgominare la Falena da soli: si parlava solo di effetti collaterali di farmaci (e mai di quelli che hanno funzionato), di esperienze passate, conflitti genitoriali, un presente che è un orizzonte cupo e amorfo in cui dibattersi.
Non è così. Voglio sia chiaro. 
La Falena è un ospite scomodo, che puzza ben prima di tre giorni: ma è, appunto, solo un ospite. Si può buttare fuori. Magari, nel corso della vita, tornerà a farci visita: ma sapere che una volta sei riuscito a sfrattarla renderà più facile liberarsene in futuro. 
Per cui, in questo blog voglio spiegare come, e perché, ce l'ho fatta - o ce la sto facendo.
Ma è solo la mia esperienza: quelle degli altri possono e devono essere differenti. Non pretendo che quel che per me ha funzionato valga per tutti.
Non fornisco consigli medici, ma spiego perché è giusto rivolgersi a personale qualificato.
Non prescrivo farmaci o cure, bensì espongo la mia esperienza, chiarisco che per me hanno funzionato, e che  decidere se, quando e quali assumere, spetta a un dottore.
Quando sostengo che qualcosa non ha alcun effetto in senso assoluto è perché è scientificamente così: sono, semplicemente, dei dati di fatto.
Ogni Falena ha un aspetto diverso, come differenti sono le motivazioni per cui quell'insetto ha scelto proprio quell'individuo. Però, in comune, hanno tutte che fanno star male e possono diventare pericolose.

Non c'è vergogna nel chiedere aiuto: non sempre si può bastare a se stessi, e spesso nemmeno si deve provare a farlo. 
Se anche solo una persona, leggendo questo blog, si rendesse conto di questo, potrei dire di aver raggiunto un risultato pari alla traversata della Manica a nuoto.
Pari secondo me, eh. Non succeda che qualche nuotatore esperto  - che ha davvero attraversato la Manica a nuoto  - mi scriva mail de fuego per darmi della merdina sportiva. 
Lo so anche senza che me lo diciate. E se lo ribadite, vi scateno dietro Mimmo. 

venerdì 17 marzo 2017

Il Valzer dello Zoloft - Parte II

So che, di recente, va di gran moda cercare di curarsi con qualsiasi cosa non siano i farmaci; sono cosciente che, addirittura, è stata coniata l'espressione "medicina allopatica" per definire la scienza medica "ufficiale". Chiunque sia dotato di una cultura scientifica di base dovrebbe essere in grado di distinguere da sé cosa sia una bufala e cosa no: questo non è un blog di divulgazione scientifica, né mira ad esserlo. 
Per chi volesse crearsi davvero una cultura su tutte le bufale
mediche/farmacologiche degli ultimi trent'anni, più o meno
pericolose, clicchi qui per il blog di MedBunker. 
Per quanto mi concerne - e dovrebbe essere così per tutti, perché la scienza non è un'opinione - l'espressione "medicina allopatica" non ha senso. Sarebbe come dire "il vero zero", supponendo che ce ne sia anche uno falso. La Medicina è una. Punto.
Tutto il resto sono discipline complementari che a volte funzionano, la maggior parte delle volte no, e che non possono sostituirsi a una preparazione medica o psicoterapeutica specifica. 
Quando le une invadono la sfera propria dell'altra nella migliore delle ipotesi non succede niente, nella peggiore un gran casino (con conseguenze anche gravi). 
Questo non vuol dire che se qualcuno si sente meglio cercando di sgominare la Falena anche con l'ayurveda, la meditazione trascendentale, il kendo, la pesca d'altura o i massaggi pranoterapici non debba ricorrervi: le scelte terapeutiche sono personali.
Rendo noto però che solo queste "terapie alternative" non vi aiuteranno a sconfiggere la Falena. 


La depressione è una malattia.

Non c'è vergogna nel rivolgersi a uno specialista per curarla: prima di tutto un buono psicoterapeuta - e se ci si sente a disagio con il primo, va cambiato finché non se ne trova uno che quadra! - poi, se del caso, con un intervento farmacologico.
Lo psicoterapeuta non è laureato in medicina: l'intervento farmacologico va parametrato con uno psichiatra. Sono due figure simili che lavorano in tandem: lo psicoterapeuta è il pilota di Formula 1, mentre lo psichiatra è l'ingegnere che aspetta ai pit-stop. 
Dirò un'ovvietà, ma non si deve avere paura.
Se vi viene la bronchite ogni due per tre, vi mandano dallo pneumologo: magari, quest'ultimo vi manderà dall'immunologo per capire come mai avete una bronchite che non guarisce (se è perché fumate due pacchetti al giorno, personalmente vi manderei dall'idioziologo: se esistesse, sarebbe una specializzazione medica che non conosce crisi).
Se avete la depressione, vi rivolgete allo psicoterapeuta e allo psichiatra.
Punto. Non è un alibi, né qualcosa su cui serbare un segreto geloso come quello della formula della Coca-Cola.
La Falena è un fatto, non è una metafora. Non smetterà di esistere perché non si vede, e i livelli dei neurotrasmettitori non torneranno stabili grazie alle gocce omeopatiche.
Sul fatto che l'omeopatia (qui rappresentata casualmente
dal logo della più grande multinazionale produttrice di
preparati omeopatici; non sto nel modo più assoluto
denigrando la Boiron né i suoi prodotti: le sue tinture
madri fitoterapiche ad esempio sono ottime) non 
funziona potrei scrivere un romanzo della lunghezza del
Signore degli Anelli. Mi limito a ribadire che "curare"
la depressione, disturbo che può degenerare in modo
gravissimo, con delle gocce il cui principio attivo è così
diluito da contenere in pratica solo zucchero e
un po' d'alcool, è abbastanza incosciente. 


Anche se le prescrive lo psichiatra. Se costui vi propina una ricetta contenente qualche preparato omeopatico non unitamente ad altro farmaco, ma da solo, i casi sono due: o non avete niente di grave e state semplicemente passando un periodo difficile ma superabile (c'è anche l'ipotesi che possiate essere degli ipocondriaci), oppure il dottore è un incosciente. Cambiatelo. 



La prima persona in cui si deve avere fiducia, prima ancora che in se stessi - anche perché, dopo l'attacco della Falena, la "fiducia in se stessi" è qualcosa di lontano come l'affondamento del Titanic - è lo psicoterapeuta.

Quindi è indispensabile che ci sia un buon feeling, che stia simpatico, e che si senta che non ci giudica e ci si possa fidare ciecamente di lui/lei. 
Un terapista bravo permette di appoggiarsi a qualcuno che in certi momenti sarà la propria roccia, disponibile ad ascoltare i nostri guai senza venir trattati come cretini; cioè dicendoti cose tipo: "Pensa a Tizio che ha avuto un incidente/Caio che ha un cancro/Sempronio che ha fatto bancarotta, loro sì che hanno dei problemi!" (sottintendendo che tu sia una scamorza priva di spina dorsale). 
Uno degli ostacoli peggiori che ho riscontrato in persone che avevano bisogno dell'aiuto di uno specialista - anche non a causa dell'attacco della Falena - è il rifiuto di parlare dei fatti propri con un estraneo. 
Anche se il pudore è un sentimento umano comprensibile (che a mio modesto parere dovrebbe essere valorizzato in una società come la nostra, dove non si esita a mettere su Instagram foto di nudo che farebbero arrossire il Barone von Masoch) rimanere paralizzati da esso solo perché ci si vergogna di raccontare di stare male e perché a un dottore è abbastanza sciocco.
Il terapista non è Giancarlo Magalli: non
andrà a divulgare i vostri problemi a cani e porci.
E se lo fa,
potrete fargli causa e cavargli così tanti quattrini
da levargli il pelo. E anche il vizio.
Ma non preoccupatevi: lui/lei, lo sa. E non farà
sciocchezze. 
E il fatto che la Falena colpisca nel tenero, dove fa più male - il che richiede di svelare al terapista cose intime ed emozioni private, che preferiremmo tenere per noi o anche ignorare di avere - non rende meno sciocco questo pudore.
Una persona con le emorroidi, che la fanno soffrire tremendamente rendendogli impossibile stare seduta, se non va dal proctologo per pudore di mostrare il proprio ano a uno sconosciuto è stupida.
Uguale discorso deve valere anche per chi si accorge di essere stato arpionato dalla Falena. 


Personalmente, ho trovato un orecchio pronto e una capacità di comprensione superiore nella Dottoressa rispetto ai miei genitori e ai miei più cari amici (non però del mio fidanzato, il quale aveva sgamato istintivamente la Falena con fiuto degno di un segugio, e per questo sarà riempito di baci come, per l'appunto, un cucciolo di segugio). 

Il che è anche normale: se uno ha dei tremendi dolori allo stomaco che gli impediscono di mangiare a meno di sopportare dolori lancinanti, la mamma potrà solidarizzare e stargli vicino, ma solo il gastroenterolgo capirà che ha un'ulcera. 
Così, se il terapista suggerisce un consulto con lo psichiatra per un'eventuale terapia farmacologica, non bisogna scartare l'idea perché si hanno dei pregiudizi nei confronti degli psicofarmaci.
Di fianco a chi si imbottisce di antibiotici anche per un'unghia incarnita, sussiste un sempre più ampio zoccolo duro di individui che, come scritto sopra, rifiutano le terapie farmacologiche anche quando ce ne sarebbe bisogno. 
Le motivazioni sono le più varie, alcune anche assurde ("Non voglio arricchire Big Pharma: mi curo con limone e peperoncino!"; poi la tossetta si trasforma in polmonite e il SSN spende dieci volte tanto per curarti, e grazie al cazzo), ma sono pericolose  nel momento in cui si rifiuta un aiuto che potrebbe rendere la vita più facile per un pregiudizio. 


Questo non vuol dire che ognuno al minimo sospetto di ansia, o di sentirsi un po' giù, deve precipitarsi a imbottirsi di antidepressivi.

La scelta su quale antidepressivo prescrivere, in che dosaggio e se farlo, spetta allo psichiatra.
Inoltre, un antidepressivo che va bene per gli altri potrebbe non andare bene per sé: ogni caso è diverso. L'antidepressivo è come la pillola anticoncezionale: ce ne sono talmente tanti tipi, con effetti diversi, che chiunque ha la possibilità di trovare quello che sembra fatto apposta.
Se però ne avete bisogno e un antidepressivo vi invita per un valzer, non rifiutate. Potrete sempre smetterlo e passare a un altro: o anche ballare guancia a guancia con lui finché non finisce la musica.


***

Poiché questo è un blog in cui riferisco la mia esperienza, ora mi parlerò un po' addosso.
È ora di fare outing: all'inizio una delle cose a cui mi sono ribellata più pervicacemente era proprio l'idea di avere bisogno degli antidepressivi.
La mia ostilità aveva innanzitutto due motivi: il primo è che a causa degli attacchi di panico - che, ribadisco, non avevo idea cosa fossero - mi avevano dato dell'En, dicendomi che potevo usarlo all'occorrenza. 
Il generico dell'En. Anche se vi sembrerà
di stare meglio, assumerlo sotto attacco
della Falena è come urinare nella doccia.
Sembra una pensata astuta, ma ti stai
solo pisciando sui piedi. 
Ora: nel caso non lo sapeste, anche se l'ansia può essere una delle molteplici facce della Falena (e quella più evidente, specie se non ne hai mai sofferto prima), trattare solo quella non è mai una pensata astuta. Principalmente perché l'uso prolungato di ansiolitici alla fine concima solo la pianta della Falena. 
A lungo andare, infatti, gli ansiolitici peggiorano gli stati depressivi.
Siccome il mio medico condotto ovviamente non aveva riconosciuto la Falena all'Arrembaggio, credendo di aiutarmi mi aveva sganciato la ricetta dell'En senza specificare che un uso prolungato poteva privarmi ancor di più delle mie già risicate difese.
La mia esperienza con gli psicofarmaci era quindi fino a quel momento stata pessima.
Inoltre, la parola psicofarmaci a me - come a tutta la generazione la cui infanzia si è sviluppata tra la crisi dell'Unione Sovietica e l'esordio della Seconda Repubblica - evocava immagini deprimenti da disaffezionati della Generazione X e dive anni '60 suicide con overdose di barbiturici. 
Il fatto che, oggigiorno, nessun medico dotato di sale in zucca prescriva più barbiturici non era circostanza tale da poter vincere il mio pregiudizio.
Dopo alcune riflessioni, e lunghi discorsi della mia psichiatra a sostegno dei più moderni ritrovati della scienza (e dopo aver anche preso in prestito in biblioteca un manuale di farmacologia enorme e stazzonato nel tentativo di autoistruirmi sulla cosa), mi convinsi a provare con il Remeron. 
La Mirtazapina, principio attivo e generico del
Remeron. Anche se il nome è simpatico,
nel mio caso gli effetti collaterali immediati
sono stati così pericolosi da credere che
qualcosa complottasse per farmi ritornare
all'appuntamento perso con il tram. 
Negli ultimi vent'anni la ricerca sugli antidepressivi serotoninergici (così chiamati perché agiscono sul neurotrasmettitore "serotonina", meglio e impropriamente noto come "ormone della felicità") ha fatto passi da gigante.
Il che era anche ora, perché i primissimi antidepressivi erano nati come farmaco contro la tubercolosi, e gli effetti collaterali dei successivi triciclici devastanti. 
Tuttavia, sin dalla prima assunzione, nel mio caso il Remeron - benché farmaco recentissimo e presentante notevoli profili di tollerabilità - ha causato delle sequele negative abbastanza spaventose.
In poche parole, ho avuto una specie di sincope.
In pratica ho perso i sensi perché mi sono addormentata in piedi, terrorizzando le colleghe in ufficio e causando la necessità di farmi portar via con l'ambulanza. 
Quando mi sono risvegliata davanti allo sguardo azzurro dello psichiatra di guardia al Pronto Soccorso ho ringhiato: "Mai più!", allarmando gli astanti. 
Il simpatico Dottor Rasputin (lo chiamo così per distinguerlo dalla Dottoressa, anche se non aveva né barba bisunta né l'aria da santone pazzo, ma solo due occhi da husky), ascoltando la descrizione - per la verità abbastanza tragicomica - dei miei guai mentre mi tamponavo un bernoccolo grosso come un uovo di quaglia con una borsina del ghiaccio, ha buttato lì che nonostante tutto avevo un talento per le descrizioni cabarettistiche. Forse scrivendo tutto mi sarei sentita meglio.
"Questo è più fuori della gente che cura, dico io!", ho pensato, mandandolo mentalmente a quel Paese con gran gusto. Come vedete, forse tanto fuori non era: ma all'epoca spiattellare in giro quanta sfiga avevo avuto mi sembrava non solo non terapeutico, ma addirittura folle.
A questo punto, il mio fidanzato mi ha caricato a forza su un treno, mi ha costretto a prendere un venerdì libero - non lo facevo da mesi - e trascinato al mare. 
Qui poi ho sviluppato un formidabile eritema a causa di un'indigestione di vongole combinata con il sole di luglio (ennesima scarogna, ma sorvoliamo), concludendo il weekend dalla Guardia Medica. Ma questa è un'altra storia.

Tornata al lavoro, per puro caso una persona che anche solo per questo motivo merita i miei
Il mio salvagente era una piccola pastiglietta ovoidale e blu.
No, non quella pastiglietta blu, non fate i furbetti.
Lo sappiamo che quella lì è triangolare, e non
prendetela fingendo di essere depressi. 
ringraziamenti - anche se ha passato la maggior parte del tempo trascorso sotto la sua guida a rendermi la vita impossibile - se n'è venuta fuori dicendo: "Quando mio marito ha avuto l'infarto, io mi sono sentita meglio prendendo lo Zoloft".

Ora: premettiamo. Il Remeron è un farmaco molto più recente dello Zoloft, il quale è piuttosto vecchiotto come antidepressivo serotoninergico (è stato brevettato nel 1990 o giù di lì): molti si sono trovati benissimo con il primo e invece il secondo ha creato loro tantissimi problemi.
È quello che intendevo dire sopra dicendo che ognuno ha il suo salvagente, basta trovare quello giusto. Il mio era un po' datato, da prendere gradatamente, ma alla fine ho tenuto duro e ha funzionato.
Ho avuto fortuna, pur nella sfiga: alcuni casi - fortunatamente molto rari - sono estremamente refrattari a quasi tutte le terapie antidepressive, e devono ricorrere alle primissime formulazioni dei farmaci, tutte con effetti collaterali importanti.

Quindi fatevi un giro di valzer, se non con lo Zoloft, con il Cipralex, o qualche altra pillola.
Non sono caramelle della felicità: la Falena va affrontata soprattutto con le proprie forze. Ma a nessuno si può chiedere di correre una maratona senza borraccia. 

Ah, un'ultima cosa. Nessun antidepressivo funziona subito: ed è anche per questo che un sacco di gente si fa fregare dalla tentazione di usare prolungatamente gli ansiolitici. 
Prima che un antidepressivo faccia effetto devono passare tre settimane o una ventina di giorni, in cui potreste sentirvi un po' rincoglioniti, più assonnati del normale (o sentirvi più agitati!), avere una fame da lupi o una nausea da gestanti. Quando comincia a fare effetto, però, credo finirete per rivalutare tantissimo la categoria.

"Ciao! Ho sentito odore di salsiccia!"
Che, di fatto, è come il rottweiler. La maggior parte della gente lo considera un pericoloso e mordace mostro a quattro zampe, salvo poi rendersi conto che, con un padrone che gli vuole bene e lo ha socializzato fin da cucciolo, è un adorabile molossotto con lo sguardo che questua bistecca.