lunedì 13 marzo 2017

Il valzer dello Zoloft - Parte I

Per la verità ero incerta se scrivere questo post adesso, o aspettare piuttosto di aver spiegato per quali ragioni io abbia deciso di aprire questo blog e come mai ritenga che la mia esperienza possa essere utile (anche se, chiaramente, non ho la pretesa possa essere la stessa per tutti).
Ciò nonostante, mi sono resa conto di dover prima ancora fare una premessa fondamentale.




Avete presente quella terrificante pubblicità di una nota crema cosmetica in cuiuna melliflua voce maschile esordisce dicendo: "La cellulite è una malattia... con Somatoline, puoi combatterla!"?

Ecco, no. La cellulite - o meglio, pannicolopatia edemo-fibromatosa - non è una malattia. Nel modo più assoluto. È una degenerazione del tessuto lipidico sottocutaneo a cui sono geneticamente predisposte le donne di razza caucasica: circa l'80% degli adulti di sesso femminile appartenenti a questa razza ce l'hanno, e ha anche una funzione specifica e molto preziosa. 
In poche parole: un accumulo di grasso extra, che forma le caratteristiche pieghe e fossette su glutei, cosce e panzetta, torna utile nel caso arrivi un'epidemia di peste/carestia/crisi delle patate, perché serve a dare qualche chance in più di... be', di portare a casa la pelle.
Questo spiega anche per quale ragione una percentuale così elevata di donne caucasiche ne soffrano: è frutto della crudele selezione naturale. 
Se arriva la Peste Nera e ammazza un terzo della popolazione europea, causando spopolamento di intere zone e mazzi di morti per fame, le donne con qualche riserva in più nelle chiappe campano più a lungo e hanno anche la possibilità di riprodursi.
La Vera Cellulite, ossia una tremenda infezione
batterica sottocutanea. Come vedete,
il proprietario di questo braccio sì che ha qualcosa
di cui preoccuparsi.
Noialtre, che al massimo abbiamo l'ansia di
non avere il culo di Belen Rodriguez, no.
E francamente, dopo aver visto il braccio di 'sto poveraccio,
un po', a definire la "cellulite" (tra virgolette) una malattia,
mi vergognerei. 
Senza immaginare che, settecento anni dopo, quella che era una caratteristica genetica preziosissima si sarebbe trasformata nel babau dei bagnasciuga, ma tant'è...
Peraltro, una patologia che si chiama davvero cellulite esiste: ma di sicuro non si cura con una crema cutanea da settanta carte il barattolo, come potete evincere dalla foto a destra.
Un po' più grave di qualche fossetta sui fianchi, eh?


A questo mondo, migliaia di banalissimi disturbi sono trattati come malattie e "curati" di conseguenza, di solito con grande dispendio di denaro e risultati scarsini.


La menopausa, ad esempio: non si può accendere la televisione due secondi senza essere bombardati dalla pubblicità di pillole miracolose e integratori che promettono di eliminare ogni disturbo legato a quella che è, in definitiva, una fase della vita.
Be', donne e uomini, vi rivelo un incredibile segreto: salvo disturbi medicalmente riconosciuti, la menopausa non è una malattia. Neanche le mestruazioni, al netto di vere e proprie patologie ovariche, ormonali o a carico dell'endometrio.
Per fare esempi maschili, nemmeno la disfuzione erettile, dopo i settant'anni, è una patologia. 
Se vi succede con frequenza prima sì, quello è un disturbo che può essere a sua volta manifestazione di condizioni sottostanti anche gravi - soprattutto a carico del sistema circolatorio - quindi, gentlemen in sala, dovreste andare dall'andrologo.  
Ma direi che, dopo i settanta, se fate cilecca e non vi chiamate Charlie Chaplin potete anche evitare di preoccuparvi. 


Invece, ci sono malattie pericolose, invalidanti, che hanno serie conseguenze a carico di tutto l'organismo e impediscono di vivere bene, ma che - siccome non si vedono, o si camuffano con eccezionale abilità - non vengono generalmente trattate come tali.


L'attacco della Falena è una di queste.




La depressione è una malattia.

Stampiamocelo nel cervello a caratteri cubitali. 
Essere depressi significa essere ammalati.
Nessuno di noi vede i virus dell'influenza, ma nessuno si sognerebbe di dire che uno con l'influenza non sia malato. 
All'opposto: se uno si rompe un femore, nemmeno un cieco negherebbe il bisogno di cure di chi, per un mese o anche più, avrà problemi di deambulazione.
Ecco: uno che è stato aggredito dalla Falena ha bisogno di curarsi esattamente come una persona con un femore rotto, e deve essere fatto oggetto della medesima considerazione.
Essere depressi, d'altro canto, non significa "essere matti", e non è una condizione della quale si debba portare le stimmate per tutta la vita, vergognandosi come bari all'idea di ammettere di averla - e di essere, di conseguenza, bisognosi delle cure di cui sopra.
Se uno ha la polmonite, ha pudore di andare dal medico o al Pronto Soccorso?
No: è assurdo.
Altrettanto assurdo è nascondersi perché depressi, a prescindere dalle motivazioni per cui la Falena ti è saltata addosso. 
La Vergogna della Falena è argomento complesso, che merita un post a sé: mi limito qui ad affermare con forza un principio indispensabile da cui è nato tutto lo sforzo che profondo in questo blog.

Essere malati non è una colpa, e come non si può prendersela con il poveraccio che in pieno inverno ha il raffreddore, non è nemmeno giusto trattare il depresso come un appestato. Riconosco che avere a che fare con una persona attaccata dalla Falena può non essere divertente, e nemmeno particolarmente gradevole, ma la vita non è una sit-com scandita qui e lì da allegre risate registrate. 
Può accadere che persone che amate non siano al top della forma (per usare l'eufemismo del secolo), e il fatto che stiano male dentro o fuori è del tutto irrilevante: sì, anche se la società oggigiorno tende a considerare l'essere umano per varie ragioni poco performante utile quanto un'auto senza batteria. 
Da quando ho acquisito piena consapevolezza di cosa veramente mi faceva stare così male, la cosa che mi ha ferita di più è stato constatare l'assoluta mancanza di rispetto del mondo esterno per le debolezze umane.
Non so per quale ragione molti si comportino guardando al depresso come a un maiale a due teste, ma tant'è: nell'ipotesi più gentile, credo si possa dire sia perché molte persone hanno paura di trovarsi, una volta o l'altra, a soffrire loro stesse di un disturbo così invalidante. Perciò, esorcizzano il pericolo trattando l'ospite della Falena come uno che se l'è cercata (perché si comportino così verso il depresso e non, ad esempio, verso un evasore fiscale o un Presidente del Consiglio che va con le minorenni, non l'ho ancora capito).
Siccome però "l'ipotesi più gentile" la maggior parte delle volte, purtroppo, dà credito agli esseri umani di una complessità emotiva e intellettuale che non hanno, sono propensa a pensare che l'essere ignoranti come paracarri, arroganti e stronzi conduca alcuni a deridere i disabili e tantomeno a non avere riguardi per chi si trova soffrire di un malessere squisitamente psichico. 

Questa mancanza di rispetto esterna conduce molti ospiti della Falena a sviluppare un tratto ancora più pericoloso della cattiveria degli estranei  - che, e col senno di poi posso dirvelo francamente, merita pochissima considerazione anche quando gli "estranei" sfortunatamente sono il tuo capo - cioè la mancanza di rispetto per se stessi.
Simpatico esemplare di calyptra talichtri, la volgarmente detta
"Falena Vampiro".
Esempio perfetto di cosa fa la Falena se appena appena
le offrite il destro di svalutarvi come molti vi
inducono a fare. 
Non bisogna mai, nemmeno per un secondo, dimenticarsi di come si era, né cedere alla tentazione di autocommiserarsi per come si è diventati.
È difficile, e certe volte vorreste francamente seppellirvi in casa come Emily Dickinson... ma anche no.
L'ombra delle ali della Falena in certi momenti sarà enorme, e sembrerà di essere risucchiati sotto di essa, ma non è vero.
La Falena è un cazzo di insetto, pure brutto, e merita che ogni giorno voi vi guardiate allo specchio e vi ripetiate dove deve stare: avvolta in un batuffolo di ovatta, scaraventata nel water, con voi che le ghignate dietro pronti a tirare la catena.

Nella prossima puntata: perché ballare il valzer con lo Zoloft (o chi per lui), come scegliere il cavaliere, perché non rifiutare l'invito a ballare, e come accettare di avere bisogno di un giro di pista.



Ecco. NON quella pista.